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PETACCIATO. A casa non aveva mai cucinato, adesso è il vice di un rinomato cuoco. La storia di Domenico Di Credico, 26enne di Petacciato emigrato dalle parti di Montpellier cinque anni fa per cercare fortuna.
«Mi dissi che non avrei mai più lavorato in Italia. Ci sono troppe tasse». Così è partito senza conoscere la lingua nè i trucchi del mestiere che è riuscito pian piano a far suo passando dalla cucina italiana a quella francese. E ora Domenico si prepara a sposare Marie-Julie, conosciuta dopo pochi mesi di permanenza Oltralpe. «La mia vita è qui, ma sogno di tornare quando sarò vecchio».
Quando lasciò l'Italia e il suo paese, Petacciato, Domenico Di Credico avevasolo 21 anni. Ma aveva già capito una cosa. «Mi dissi che non avrei lavorato mai più in Italia. Ci sono troppe tasse e lo Stato ti "uccide"». Così, alla prima occasione, prese armi e bagagli e piantò tutto per emigrare in Francia. «Mia madre conosceva una donna dalle parti di Montpellier e mi propose di andare. Non aspettavo altro». Del Paese di Napoleone Bonaparte e Charles De Gaulle all'epoca sapeva ben poco. A casa, tra i fornelli, non era mai andato oltre un piatto di pasta. Ma nonostante questo, quando gli chiesero di fare l'aiuto cucina in un ristorante italiano a Aigues-Mortes, nella Linguadoca-Rossiglione, non si tirò indietro. Risultato? In cinque anni ha girato ristoranti in quantità e ora è il vice di uno chef molto apprezzato sulla costa mediterranea transalpina. Tutto qui? Neanche per sogno. Fra pochi mesi Domenico convolerà a nozze con Marie-Julie, ex cameriera conosciuta proprio dopo pochi mesi di permanenza in Francia. «E' stato un colpo di fulmine» racconta Domenico. La sua Terra Promessa sta in questa storia.
Domenico, partiamo da com'è cominciata la tua avventura francese. Quando e perché hai deciso di lasciare l'Italia?
«E' successo nel giugno del 2005. Prima giocavo a calcio e guadagnavo qualcosa. Poi ho iniziato a lavorare al Bingo Seven di Termoli. Sono stato lì per sei mesi, dopodiché mi sono licenziato. Guadagnavo troppo poco e in particolare, pensavo e penso ancora che ci fossero troppe tasse. Allora mi dissi che non avrei più lavorato in Italia».
Come hai avuto l'occasione di partire?
«Mia madre conosce una signora emigrata in Francia, una sua grande amica. Parlando con lei, è venuta fuori la possibilità di andare per sei mesi lì per un lavoro di aiuto-cuoco. Ho deciso di partire immediatamente. Questa signora mi ha trovato il lavoro e la casa dove stare».
I primi tempi sono stati duri?
«Devo dire che qui la vita mi è piaciuta da subito. Ho cominciato a prendere confidenza col lavoro, vedevo che riuscivo a portare a casa un po' di soldi. Certo, c'era qualche problema con la lingua ma mi facevo capire, anche a gesti».
Ma col lavoro come facevi? Eri già esperto di cucina?
«Assolutamente no. Non avevo mai fatto questo lavoro e a casa non facevo niente. Ho imparato dal nulla, mi sono formato da solo».
Ma avevi un contratto per soli sei mesi. Poi cos'è successo?
«Dopo tre mesi che stavo in Francia ho conosciuto una ragazza che all'epoca faceva la cameriera nel ristorante dove lavoravo. Si chiama Marie-Julie. E' stato un colpo di fulmine, ci siamo frequentati e dopo un po' ci siamo fidanzati. Stiamo insieme da allora, lei ora lavora come contabile in un centro commerciale. Da poco abbiamo deciso di sposarci».
A quel punto hai deciso di rimanere Oltralpe.
«Sì. Il datore di lavoro mi ha proposto di restare e io ero entusiasta. Ho chiamato mia madre e le ho detto: "Non torno"».
E lei come ha reagito?
«Mi ha risposto che se ero sicuro di ciò che facevo allora andava bene. E così è andata».
Sei emigrato da cinque anni ormai. Raccontaci un po' la tua vita francese.
«Ho lavorato in diversi ristoranti, passando dalla cucina italiana a quella francese. Mi trovo bene perché ogni giorno si può creare qualcosa di nuovo e non ti annoi mai. Ho iniziato nel locale italiano "La dolce vita" nel paese di Aigues-Mortes. A novembre 2007 ho deciso di cambiare per provare la cucina francese ma sono andato via subito perché non mi trovavo bene e non parlavo ancora perfettamente la lingua. Ho preso delle lezioni di francese per rimediare. Ho cambiato ancora, sono tornato a "La dolce vita" rilanciando il locale e per un po' ho anche perso il lavoro».
Non ti è venuta l'idea di tornare in Italia?
«Assolutamente no. Quando sono stato "au chomage" (in disoccupazione, ndr) lo Stato mi ha aiutato. Percepivo un sussidio di circa 1500 euro, di poco inferiore a quello che era stato il mio stipendio nei mesi precedenti. Solo che da quando vivo qui non riesco a stare senza far niente e mi sono trovato un altro lavoro».
Dove?
«In un altro ristorante italiano, a Montpellier, dove mi sono trasferito assieme alla mia ragazza. E' una città universitaria, si vive bene, la sera si esce, c'è sempre gente».
E le cose ti vanno bene?
«In quel ristorante mi sono fatto un nome, ho portato dei piatti che nessuno conosceva, alcuni tipici del Molise come degli gnocchi di Gissi o la zuppa di pesce. O altri italiani come il ragù, le penne all'arrabbiata. Ma io dico sempre che se non cambi, non apprendi e sono andato via di nuovo. Uno chef molto apprezzato a Montpellier mi ha voluto nella sua cucina e ora sono il suo secondo nel ristorante "Le petit jardin"».
Ti trovi così bene in Francia che hai portato con te anche degli amici. E' così?
«Sì, ho trovato lavoro a due ragazzi di Petacciato che lavorano come camerieri. Si trovano bene ma penso non si siano ancora integrati al cento per cento come me, forse a causa della lingua».
Neanche un po' di nostalgia del Bel Paese?
«Certo che mi manca l'Italia. Tanto per dirne una, io ai mondiali tifo per gli azzurri. Ho nostalgia della famiglia, delle piccole cose, delle mie abitudini, del mio caffè».
Ma quali sono le differenze maggiori che hai notato?
«Innanzitutto qui in Francia, quando sei in difficoltà lo Stato ti aiuta, mentre in Italia, anche quando sei in crisi, a momenti ti uccide. Poi le differenze ci sono, ma come si dice, paese che vai, usanze che trovi».
E i francesi che pensano dell'Italia?
«Non parlano molto di noi. Dicono che abbiamo dei bei paesaggi e monumenti, che si mangia bene. A volte ci trovano troppo superficiali e chiusi di mentalità».
Trovi che sia così per la tua esperienza personale?
«Per certi versi sì. Non credo di essere superficiale. Sicuramente ho le mie tradizioni a cui sono attaccato».
Pensi mai di tornare?
«No, per il momento no, la mia vita è qui, la mia casa è qui, voglio che i miei bambini crescano qui. Ma non finirò la mia vita in Francia. Una volta in pensione vorrei tornare, anche se decideremo insieme io e Marie-Julie. Mi piacerebbe vivere a Petacciato, dove torno almeno una volta all'anno. E' una linea di calma per me. Mi piacerebbe vedere l'evoluzione del piccolo villaggio fra qualche anno».
Quanto sei cambiato da quando sei emigrato?
«Tantissimo. E' stato come aver cominciato tutto daccapo. Non avevo mia mamma dietro che si occupava di tutto, dovevo badare a tutto io, dal lavoro alla casa. Ho conosciuto gente nuova, mi sono fatto degli amici. Mi sono integrato perfettamente, al punto che gioco a calcio in una squadra della zona che milita in quinta divisione».
Consiglieresti a un ragazzo italiano di seguire il tuo esempio?
«Se uno vuole partire, perché non farlo? Il mio consiglio è quello di conoscere almeno un po' la lingua. Per il resto, chi ha meno di 30 anni fa benissimo a partire all'avventura».
Stefano Di Leonardo per primonumero
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